KSENIA


Ascoltavo Babak, Color of Rain

Il colore della pioggia e piano, poco alla volta si mescolava al suono della chitarra, il rumore della pioggia.
Ed era appena prima dell’altro ieri che avevo asciugato lacrime intrise di rimmel, con la punta delle dita e poi con le labbra e avevano il sapore del dolore e della rabbia e asciugarle era tutto quel che potevo fare.
Piano, quegli occhi hanno smesso di piangere e sulle labbra è apparso un timido sorriso.
Basta così poco, un nulla, mi chiedevo mentre uscivo e quelle labbra mi mandavano un piccolo bacio silenzioso.

Basta così poco, a cancellare o lenire un dolore, un’angoscia che opprime il cuore?

Nulla era cambiato, e tutto, era ancora esattamente come prima, e sono uscito, per restare solo e respirare il buio della notte nella piazza silenziosa.

Serviva anche a me, un anestetico efficace, ma avevo imparato a liquefarmi per rinascere in un’altra forma, lasciando lì, perduta per sempre, una parte di me.
Ho vissuto giorni di sole e ho sentito la vita nel sangue come fuoco e ho contato i secondi che scandivano attimi di paradiso e poi altri dal sapore dell’inferno.
A volte e troppo spesso, il mio orizzonte è stato un muro sormontato da cocci di bottiglia, e restavo lì attonito, cercando qualcosa nelle tasche, un ricordo, un talismano o un sortilegio capace di portarmi in volo via da lì.
I pesci si sono addormentati molte volte tra le mie braccia, ma non li amerò mai.

A volte, possiamo ingannare il destino e sognare altre vite a dispetto di tutto.

Ho fantasticato di vivere come un gitano e avere la musica nel sangue, e spingere la mia carovana su per le montagne di Spagna e poi giù fino a Siviglia, fino a Cadice e più in là.
La sera, con un fiore tra i denti e per amico il coltello tra le mani, starmene seduto ad ammirare la mia donna che con le altre danza intorno al fuoco, ed è lei la più bella.
Lisci e neri i miei capelli, e occhi somiglianti a una fiamma che accarezza la sua donna, mentre insegue il suono delle chitarre che parlano di libertà e passioni.

Quante vite ho perduto?

Quante emozioni non ho vissuto, per non averle credute possibili, e quante per non averle desiderate fino in fondo?

In piccoli maiali rosa, la maga Circe, trasformò i marinai di Ulisse, che non sapevano osare e amare e odiare fino in fondo.

Quante volte ho amato per farmi male, e quante soltanto per sentirmi vivere?
A volte ho cercato il fuoco, qualcosa che riuscisse a bruciare tutto, e stordirmi fino a farmi perdere la memoria.

Rivedo un quadro che ho appeso a una parete, ed è stato dipinto da Federico, un pittore napoletano.
Tutto in china, e mi ricorda i capricci del Goya.
Una donna nuda, immensa, seduta nel vuoto a braccia conserte, costringe lo sguardo a soffermarsi sul suo bacino e sulle sue gambe giunoniche.
Una molletta tiene raccolti i capelli sul capo.

Un’immagine opulenta e sordida insieme, che mi riportava alla mente, la terza amica.
Ho tre amiche.
La prima è instabile, ha il pensiero come una foglia di bambù.
Simile al piumoso fiore d’Eulalia è il suo carattere, leggero e
folleggiante.
Un Loto, sembra il suo occhio.
Solido come il Cedro è il suo petto.
Come neri serpenti le cadono sulle spalle dorate i capelli, annodati in
una sola treccia.
Dolce come il miele delle montagne è la sua voce.
Esili e flessuose sono le sue anche.
Rotonde come il fusto liscio del banano, sono le sue cosce.
La sua andatura è simile a quella del giovane elefante in allegria.
Lei ama il piacere, sa farlo nascere e variare.

Ho tre amiche

la seconda ha un’abbondante capigliatura che brilla e snodasi in lunghe
ghirlande seriche.
Il suo sguardo turberebbe il dio dell’amore e farebbe arrossire le
cutrettole.
Come una liana d’oro, serpeggia il corpo di questa donna graziosa e di
gemme, sono carichi i
suoi pendenti, come carico di brina è il fiore in un gelido mattino
solatio.
Sono come giardini estivi le sue vesti
e come templi adorni nei dì di festa.
Salienti e duri, rilucono i suoi seni, come una coppia di vasi d’oro,
pieni di liquori
inebrianti e di snervanti profumi.

 

Ho tre amiche

Intrecciati sulla testa, sono i capelli della terza.
e mai essi conobbero degli oli profumati la dolcezza.
Difforme il suo viso, quando esprime la passione.
Simile a quello di un suino è il corpo suo.
Si direbbe sempre in collera,
sempre lei rampogna e borbotta.
Odore di pesce esala seni e ventre.
Sudicia è in tutta la persona.
Di tutto mangia e copiosamente beve.
Cisposi sono gli occhi incolori, e più ripugnante del
nido dell’upupa è il suo letto e questa, io l’amo.
e questa io la amo perché più della bellezza c’è qualcosa
di misteriosamente attirante: è il marcio.
Il marcio, in cui risiede l’eterno calore della vita,
in cui si elabora l’eterno rinnovamento delle metamorfosi!

Octave Mirbeau
Dopo tanto tempo ho capito chi era la donna del quadro.
Poteva essere solo la madre, perché la zia aveva i capelli lunghi e i baffi.
Era alto oltre due metri Federico, e dormiva insieme alla zia e alla madre, nell’unico letto che avevano.
Adesso possiede una villa bellissima a Capri, ereditata dall’amante che aveva oltre trent’anni più di lui.
Una donna minuta e raffinata, molto colta e terribilmente sola, che lo aiutava economicamente e sponsorizzava le sue mostre che andavano regolarmente deserte, in cambio di un simulacro dell’amore.
In fondo al parco della villa si trova la dépendance, dove ho trascorso la notte, l’unica volta che sono andato da lui.
Non ho dormito, perché continuavo a fumare e a osservare il grande quadro che occupava quasi tutto il pavimento dell’enorme stanza centrale.
Che strane sensazioni in quell’ovattato silenzio della notte.
Continuavo a rovistare in una montagna di vecchie tele, dipinte quando la miseria lo aggrediva ogni giorno, e sognava la gloria, e le montavo sul cavalletto per osservarle da prospettive diverse.
Ho cercato quasi tutta la notte qualcosa che avesse un’anima, ma inutilmente.
Studi, abbozzi, tentativi d’avanguardia, tutti i suoi sogni giacevano lì inutili e perduti per sempre.

Tristi giocattoli di carta, dove persino il rosso era senza vita.

Nulla d’interessante.
Quello che avevo di suo, era l’unico con un’anima.
Sembrava nato da un incubo costante, e questo doveva essere stato certamente per lui, vivere in quell’unica stanza, con un solo letto, dove erano costretti a dormire in tre, e lui troppo a lungo stretto tra due donne, giorno e notte.
Lo ricordavo un giovane sognatore di sinistra.
Adesso era un posato e ricco uomo di destra e non mi piaceva, non lo vedrò mai più.
Sogni.
Carta straccia.

La stanchezza non bastava a farmi restare oltre in quel luogo e ho lasciato un saluto su un foglietto, e sono uscito, e finalmente l’aria, la luce.

Raramente ho visto l’alba nascere.
Luce appena nascente, e da lì, potevo vedere le prime vele muoversi dal porticciolo e prendere il largo, sul mare ancora grigio.

Respiravo a pieni polmoni l’aria salmastra, deliziosa e frizzante del mattino e ogni pena notturna svaniva insieme alla notte.
L’ultima sigaretta in quel giardino, seduto sul bordo di uno splendido tavolo coperto da mosaici, ormai da molto tempo logorati e resi illeggibili, poi via da lì.
Finalmente sono giù, nei vicoli del piccolo porto, per un rifornimento di sigarette, e un cappuccino e una graffa zuccherosissima.
La vita riprendeva, con il sole, il mare e il brusio della folla che cominciava a riempire le stradine.

Mi ripagava di quella notte fatta di ombre che gemevano al freddo, la traversata, in quel magnifico braccio di mare denso di storia.

Capo Miseno, Procida, Monte di Procida, Baia, Bacoli, e Pozzuoli, quel che restava dell’antica Puteoli, scomparsa sotto il mare a causa del bradisismo.

 

Quel mare era ondulato, come lo erano i miei pensieri, che si allontanavano da lì, per andare altrove.

 

Hansel e Gretel nel bosco, fino alla meravigliosa casa in cioccolato, zucchero e canditi, trappola antropofaga, e ricordavo la mia delusione, quando la strega invece di farsi un succulento pasto con quelle due creature sventurate, muore lei tra le fiamme.

L’incubo dell’animale totemico che fagocita il novizio, per poi rigurgitarlo a nuova vita e uomo, e così sottrarlo a un destino d’inferiorità, in un matriarcato crudele e improbabile.

Era poi così vero, o solo frutto d’ipotesi il matriarcato?

Da sempre le bocche fameliche hanno alimentato la mia immaginazione.

Pensavo fosse l’ultimo anello della mia curiosità, lo Skiffer proibito, i suoi corridoi neri, le sue orrende maschere, e gli specchi che non rimandavano la tua immagine, insieme al suo groviglio di follie che lì dentro si perpetuavano, ma non era così.

Dalla mia camera del Lingaphur hotel potevo vedere il lago e l’altissima statua del Buddha, il più grande monolite di tutta l’Asia, che sembrava emergere dall’acqua e vigilare sulla città di Hyderabad che gli si stringeva tutt’intorno.
Quella sera iniziava Divali, la grande festività dell’India, e la città s’inondava di fiamme.
Iniziavano le musiche e lo scoppio dei fuochi d’artificio.
I traccianti illuminavano a giorno il lago con mille colori.
Che groviglio di sensazioni, vivevano in me quella sera, mentre la festa cresceva e i clamori sembravano espandersi verso il cielo.
Una trappola per i miei sensi inquieti, quella città che s’incendiava a dismisura e quel dio costruito dagli uomini.
Mi domandavo se sarebbe stato meglio per me avere un cuore di pietra, identico a quello di quel dio sordo, costruito dagli uomini, a loro somiglianza.

Ero preda di mille nostalgie, e mi piaceva così com’era il mio cuore, perché sapeva incupirsi ma, anche illuminarsi a giorno come quel lago spettacolare in quella magica notte indiana.
Alcuni fotogrammi si sovrapponevano ad altri quella sera.

Novgorod.

Rari tranvai semivuoti che sferragliavano nella strada deserta, malamente illuminata dalla fioca luce dei lampioni sporchi.

Pochi disperati che andavano da qualcuno, o fuggivano da quel qualcuno, a volte per sempre.
Ciao, ciao, ciao, troppi ciao nella mia valigia, che mascheravano nascosti addii, e lacrime trattenute a fatica tra lunghe ciglia cariche di mascara.

Era stata una magnifica serata e come tutte le cose avvincenti, era finita.

La rivedevo quando compariva dall’ombra e mi correva incontro e mi volava in braccio e mi baciava con le labbra gelide ma meravigliosamente vive.

La mia piccola ksenia lasciata al portone di casa, mi tormentava l’immaginazione e il desiderio, confondendosi con la strada deserta e la luce fioca dei vecchi lampioni sporchi.

La cena al Mon Paris era stata deliziosa, e mi piaceva da morire guardarla mentre sceglieva con cura nel menu francese, e cercava di seguire con un bisbiglio di voce le vecchie canzoni di quel paese, che l’impianto audio trasmetteva delicatamente.

Non sapeva cosa fare per attirare ancora di più la mia attenzione su di lei, e così ha costruito un piccolo Mig con un foglio di carta e ha cercato di farlo volare in quell’ambiente tanto serioso.

Poi è visibilmente arrossita per quel gesto così irriverente in quell’ambiente e, cercando la mia mano in una carezza furtiva, pronunciò un timido sorry.

Non me ne importava un accidenti di quell’ambiente e avevo occhi solo per lei, e quella vampa sulle guance mi procurava una dolcezza incredibile.

Mi accadeva di osservare il piccolo segno di un herpes sul suo labbro superiore, che accendeva in me un più violento desiderio di baciare le sue labbra e mi accorgevo di deglutire l’eccesso di salivazione che quelle forti sensazioni mi procuravano.

Non m’importava nulla se quel male fosse passato in me e anzi, accendeva la mia immaginazione, il mio desiderio.

Quel virus sensuale, come una sorta di sortilegio desiderabile, è poi passato nel mio sangue, e più tardi nel tempo, potevo osservarlo nello specchio e avvertirlo sulle mie labbra.

Mi piaceva quel lieve fastidio, e mi procurava strani brividi sulla pelle, svegliando il rigurgito della memoria e mi pareva di non averla perduta per sempre e d’avere una piccola essenza di lei nel sangue.

A volte, ancora adesso vorrei tornasse un piccolo Herpes sulle mie labbra, ma non torna più.
“Che stranezza, studi storia del linguaggio e poi, di una laurea così cosa né fai?”

“Sorridi, tu sorridi sempre e alzi le spalle, che importa”

Al caffè del conservatorio la musica diffusa è cristallina, eterea, quasi sospesa a mezz’aria e ci servono cioccolata fusa e insalata di frutta e Martel e ci sentiamo in  un altro mondo.
Piccole luci qua e là nel parco che costeggia l’OKà, avvolto nell’ombra della notte e il freddo che viene dalla Siberia mi costringono a proteggere le mani sotto la sua pelliccia, sui suoi fianchi caldi, e mi perdo in fondo ai suoi occhi seri e ansiosi.

Il suo viso è vicinissimo e il suo alito caldo m’inebria come droga.
Le sue labbra congelate dal freddo vento della Siberia sono vicine alle mie.
Le sue dita sfiorano una ruga sulla mia fronte, poi un’altra e un’altra ancora.

“Una storia qui, e una qui, e qui, chi erano?”

“Raccontami di te, dei tuoi amori, dei tuoi dolori”

“No, taci, non voglio sapere.”

“Un giorno ci sarò anch’io in una di queste rughe, per sempre.”

Un pensiero molesto, un disagio che non posso allontanare è nella mia mente, gli anni tra noi sono un abisso incolmabile.

“Tu sei così giovane ed io non più, non più da tanto ormai.”

“Zitto, non parlare, non dire più nulla.”

“Io sto bene con te adesso, in questo momento, e di tutto il resto non m’importa nulla.”

“Domani non so se ti amerò ancora, che t’importa?”

“Tu amami adesso.”

“la vita è adesso.”

“Karasho, karasho, va tutto bene, zavtra niet, domani non è qui”, e le sue mani si agitano nell’aria per farmelo capire e i suoi occhi brillano come se li bruciasse una febbre inestinguibile.

Mi sento morire mentre le sue labbra, gelate e roventi insieme, sono Il paradiso e l’inferno, e ghiaccio che m’incendia ed è droga che genera l’oblio.

Per riscaldarci era piacevole entrare in quei locali malamente illuminati, dove ascoltando musica, potevamo bere robusta vodka, che pian piano diventava anestesia per il corpo e fuoco per i sensi.

Quando si stringeva a me, potevo sentire i suoi seni incredibilmente sodi contro il mio petto e non potrò mai più dimenticarli.

Troppo lontano lo Skiffer per raggiungerlo a piedi, e non avrei mai voluto che quella corsa in taxi avesse fine.

Occhi indiscreti ci spiano dal retrovisore, mentre il taxi va, ma non ce ne importa nulla, più nulla di nulla e il desiderio delirante non ha più tempo.

Su quel sedile, ogni voglia ebbe tutto il tempo d’impazzire e lei era ogni mio limite.

Morbida, bella come ancora non l’avevo veduta, pelle come seta e se credessi in un dio, avrei voluto avesse il suo sorriso, il suo corpo, i suoi occhi scuri e meravigliosi, il suo herpes.

Arrendevole e docile e improvvisamente forte e violenta, in un alternarsi furioso e languido, colmo di pretese e promesse senza voce.

Le mille donne dei miei sogni, tanto diverse tra loro, erano tutte lì, dentro di lei, come in uno stupendo crogiolo lussurioso e delicato insieme.

In quella follia di specchi dello Skiffer, il suo corpo si muoveva sinuoso al ritmo della musica e mi sentivo annebbiato e felice d’avere vicino a me quella piccola meravigliosa creatura e mi muovevo appena, restando incantato a guardarla e solo quando suonavano Priviet, Priviet, si stringeva morbidamente a me, trascinandomi dentro la musica e facendomi perdere la ragione.

La rivedevo mentre suonava il violino e il piano e mentre mi parlava della laurea in storia del linguaggio che stava per ottenere e mi stupivo di quanto fosse eclettica e dolce, e sapesse trasformarsi al ritmo della musica in una baccante che inebria al solo guardarla.

 

Domani un aereo mi porterà via da lì per sempre e non ho voluto che venisse a salutarmi in aeroporto.

Non la vedrò mai più.

 

Le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile e una sigaretta spenta dal gelido vento della Siberia stretta tra i denti, mentre avevo ancora nelle orecchie la voce roca e sensuale di Pugacheva.

Priviet, Priviet, Pakà, Pakà…

Ciao, quando arrivi e ciao, quando vai via.

A nulla valeva stringermi nell’impermeabile, il gelo siberiano era dentro di me.
In fondo al viale, la grande facciata grigia di quella che era stata la casa del popolo, e che ora era il mio hotel.
Mille stanze uguali.
Nemmeno un nome da ricordare, anonimo il mio hotel, solo un indirizzo, via Kulibina Vuoscin.
Mi chiedevo dov’ero e quale fosse esattamente il mio mondo e il senso del mio tempo, che rapidamente si bruciava.
Un calcio a un barattolo vuoto, che vola via saltellando e il rumore sembra riempire smisuratamente il gelido silenzio della notte.
Rabbiosamente ho riacceso la sigaretta, proteggendo la brace nella coppa delle mani.
Così racchiusa, riusciva a sopravvivere al vento, e quel piccolo fuoco, lo sentivo riscaldarmi delicatamente le dita congelate.
Che sia così anche il fuoco del cuore e quello dei sensi?
Che abbia bisogno di essere accuratamente protetto per sopravvivere?
Priviet, Priviet, Pakà, Pakà…
Ciao quando ci vediamo e ciao, quando ci lasciamo…
Cercavo di sentirmi un animale a sangue freddo, ma un nodo inesorabile mi serrava la gola.
Non sono un uomo incline alla malinconia, ora è qui alla mia porta, più tardi la manderò via.

Vorrei adesso qualcuno cui dire: Partiamo, tu ed io.

Di buon mattino, un fiore all’orecchio e due bottiglie di buon vino nel paniere, mentre le vecchie ci spiano e c’invidiano, dietro le loro persiane chiuse, e poi mille sciocchezze, nel piccolo bosco dei nostri desideri.
Il mare grigio, e la spiaggia deserta solo per noi due.
Vorrei liberare i miei pensieri e il mio destino, in uno spazio senza sponde e lasciarli andare, liberi.

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